Una breve risposta a un collega che ha avviato un confronto sul mio breve articolo postato qui.

Caro Professor XXX,

La ringrazio molto per la risposta al mio breve articolo su lavoce.info e per la divulgazione tra gli studenti del Suo Master. I temi del processo tributario sono già stati affrontati da dottrina autorevole: da quel punto di vista non avrei davvero potuto aggiungere altro.
Pe questo motivo, in una sorta di gioco, mi sono divertito a cambiare prospettiva, portando sotto i riflettori due punti che secondo me non sono stati trattati con ancora sufficiente riflessione, e che forse non appartengono neppure del tutto alla nostra materia.
Uno riguarda la professionalizzazione del processo, l’altro il reclutamento concorsuale. In questo secondo percorso, recentemente un altro Maestro del diritto amministrativo si è pronunciato in un articolo he ha avuto ampia eco sulla stampa, e che tuttavia non mi trova del tutto concorde.

Il primo punto attiene al processo in quanto tale e al suo necessario miglioramento.

La mia tesi è che i problemi del processo non sono problemi che risolvano nel processo. Questa, in sintesi, è l’impostazione un po’ krugmaniana che ho seguito nel mio contributo.
Aumentare i giudici è possibile, introdurre riti alternativi è ipotizzabile, sveltire (ancora!) le controversie è praticabile, utilizzare l’intelligenza artificiale (?) anche. Ma non toglie il fatto che la macchina processuale sia un motore che gira troppo velocemente, con un conseguente svilimento di tutte le parti coinvolte.
Qui si cominciano ad affrontare i possibili rimedi: che secondo me sono di tipo formativo e che stanno a monte dell’epifenomeno. I problemi del processo e del rapporto tributario si cominciano a risolvere all’Università, formando meglio (e di più) quelli che saranno i futuri attori, con corsi dedicati, Master come il Suo o percorsi formativi autorevoli. Insomma, se il processo non va, la colpa  anche un po’ mia, che all’interno del mio dipartimento di giurisprudenza non riesco ad insistere per un maggior impegno nella disciplina. Solo sistemando la filiera formativa (prima) si sistemerà anche il processo (dopo) : e senza grandi scossoni o riforme epocali.

Il secondo punto attiene al reclutamento, ed è quello si cui il Prof. Cassese e, più di recente, anche un membro del Governo ha insistito: quello del concorso.

Il modello di concorso “ad alta intensità”, intendendo per tale quello concentrato in poche prove per un periodo limitato di tempo (pochi giorni, poche decine di ore) su una platea molto ampia di candidati, semplicemente, non funziona. Non può, per sua natura, selezionare i migliori: e se lo fa lo fa per caso. È un totem che ha fatto il suo tempo.
Serve a selezionare, nella migliore delle ipotesi, un insieme di vincitori di media preparazione, se non addirittura di preparazione mediocre.
Questo non accade ogni tanto: accade sempre, tutte le volte in cui sussiste evidente sproporzione tra numero di posti disponibili e aspiranti.
Ovviamente non è una mia idea questa, ma la ho trovata formalizzata in modo rigoroso, ad esempio, nei saggi di A. Tversky e D. Kahneman (che pure non si preoccupano di concorsi pubblici).
Io credo che la loro analisi del fenomeno di regression to the mean, anche formalizzata in scritti più divulgativi come questo, sia scientificamente ineccepibile (soprattutto le pagine 176 e 177).
Io penso che questa conclusione trovi, per chi è curioso, ulteriore sostegno scientifico in A. Tversky e D. Kahneman, Judgement unde Uncertainty: Heuristic and Biases, Science, 185, 4157, 1974 reperibile qui e comunque ristampato in appendice A in D. Kahneman, Thinking, Fast and Slow, London 2011, p. 419 e ss.
Tversky sostiene, e a ragione, che l’unico modo per minimizzare la regressione sia quello di parcellizzare la prova, trasformandola in un percorso selettivo a bassa intensità. E anche da questo punto di vista la tanto vituperata Università potrebbe insegnare qualcosa. La regressione è frequente nei concorsi pubblici, ma pressoché assente all’Università.
Mi spiego con un esempio, parafrasando gli scritti che ho citato sopra.
Quante possibilità ci sono che un aspirante uditore giudiziario, studiando perfettamente solo tre argomenti (uno di diritto civile, uno di diritto penale e uno di diritto amministrativo) superi gli esami  per entrare in magistratura ? Pochissime, quasi nulle (i tre temi dovrebbero essere sorteggiati fra centinaia possibili).
Ma se a comportarsi così fossero 18.000 dei 20.000 aspiranti a un posto in magistratura ? Quante possibilità ci sarebbero che 30 – 40 (o più) di quei candidati riescano a superare gli scritti (e quindi pressoché a vincere il concorso) azzeccando i tre temi ?
Ora ripetiamo, insieme ai suoi studenti, Professore, questa ipotesi all’Università.
Quante possibilità ci sono che uno studente, preparando tre argomenti a caso per ogni esame (e solo quelli) esca con la media del 30 e lode? Pochissime. E se si comportassero così tutti gli studenti di giurisprudenza in Italia ? Ugualmente pochissime: questo perché gli esami sono diluiti nel tempo, discussi davanti a tanti professori con sensibilità diverse, e senza nessuna garanzia, poi, che un professore faccia solo tre domande il giorno dell’esame.
Insomma, il controllo della qualità in ambito universitario, con tutti i suoi difetti, è sicuramente più preciso perché “a bassa intensità” di controllo.
In pillole: se si è molto fortunati, si può vincere un concorso un giorno, ma non basta tutta la fortuna del mondo per uscire dall’Università con la media del 30 e lode dopo aver studiato per 5 anni.
Chi vince il concorso forse è solo fortunato, chi esce con la media del 30 e lode è sicuramente anche bravo (oltre che, forse, fortunato).
Certo in questa mia narrazione ho calcato un po’ la mano estremizzando il concetto, ma lo ho fatto solo per aiutare i suoi studenti nella comprensione dell’idea.

Come se ne esce nella nostra disciplina?
L’idea della laurea abilitante mi pare una buona soluzione, un po’ come per certi versi accade in alcuni paesi dell’estremo oriente. Non sarebbe male permettere l’accesso a certe posizioni sulla base della media dei voti (normalizzata, per evitare fenomeni distorsivi su base locale) o dei percorsi di studio dedicati.
E qui torniamo al Master da Lei diretto, e alla sua centralità e straordinaria importanza per la formazione di una cultura tributaria italiana: unico vero antidoto allo strisciante declino.