Ieri ho partecipato a Perscara (Università di Chieti-Pescara) alla giornata conclusiva di un ciclo di seminari pensati da Lorenzo del Federico, Caterina Verrigni e Francesco Montanari dedicati alla CEDU. Ho intrattenuto i partecipanti con qualche riflessione dedicata al "giusto procedimento". Ho lasciato la presentazione con una osservazione stravagante.

Il procedimento può essere "giusto" come "giusto" è il processo ? Davvero c'è correlazione tra una sequenza di atti finalizzati a un provvedimento finale (nel primo caso, nel secondo la sentenza, ma non cambia molto) e l'idea di giustizia ?

Le regole sul procedimento, dicevo, non sono "giuste" al massimo sono "corrette" o "esatte". E' il provvedimento finale che può essere, dal nostro punto di vista, conforme all'ideale di Giustizia che ciascuno di noi ha. E che prorpri perchè ideale, temo, non esiste.

Personalmente trovo sempre più fuorviante e pericoloso il concentrare l'attenzione sulle forme, dimenticando quello che ci sta dietro: la sostanza dei fenomeni.

E' un modo, io credo, di deresponsabilizzare gli attori del processo giuridico. Una tendenziale protocollizzazione dell'esterienza giuridica, in un modo non diverso da quanto accade negli sperali dove anche prima del Covid, tutto passa attraverso "protocoli" e "procedure".

Settant'anni sono passati invano, allora ? Non credo: Wo aber Gefhar ist, wächst der Rettende auch" (M. Heidegger, Die Frage nach der Technik; Wissenschaft und Besinnung (ho suato la traduzione di E. Severino, Firenze, 2017, p. 54).