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giovedì 24 marzo 2011

Una nuova Euroimposta per il settore finanziario ?

Non è una novità il fatto che la Commissione europea sia fortemente interessata all'introduzione di una nuova imposta che vada a colpire le transazioni finanziarie.
Questa volta però sembra che Bruxelles voglia fare su serio, almeno a giudicare dall'agenda dei gruppi di studio e delle riunioni ad alto livello che si stanno susseguendo in questi giorni nel tentativo di formalizzare una proposta unitaria in ambito europeo.
Questa necessità, a dire il vero condivisa in sede di G-20 da pressoché tutti gli stati (con qualche riserva), è sentita da un lato come risposta alla crisi globale e ai peccati dell'alta finanza al tempo stesso recuperando risorse spese e rendendo più costose operazioni speculative in futuro. Insomma una tassa sul settore finanziario quia peccatum est et ne peccetur: poiché si è peccato, e affinché non si pecchi più.
La condivisione dell'intento tuttavia non si è ancora tradotta in una proposta altrettanto condivisa, né a livello globale e neppure a livello europeo: i singoli stati non la pensano allo stesso modo.
Nel tentativo di superare l'empasse la Commissione europea ha emesso una comunicazione al Parlamento europeo (COM 2010 549/5) e un correlato working document (SEC 2010 1166/3) finalizzati a fare il punto sulla situazione e a evidenziare l'opportunità di lavorare su linee di policy condivise dall'IMF in materia di FAT (Financial Activity Tax).
Questa nuova forma di prelievo, da immaginarsi condivisa a livello globale dalle econome più sviluppate, andrebbe ad incidere sulle società che operano nel settore finanziario, colpendo strutturalmente i profitti realizzati.
L'incidenza effettiva di questo tributo è ancora da stabilire (anche in ragione della possibilità di applicare aliquote più elevate a fronte di profitti generati attraverso operazioni speculative maggiormente rischiose), ma il fondo monetario internazionale stima che, prendendo a base le 22 economie più sviluppate, questa forma di prelievo potrebbe generare oggi un flusso pari a 75 miliardi di Euro complessivamente intesi, seppure distribuiti da stato a stato in ragione del maggiore o minore sviluppo del settore finanziario e dei servizi ad esso collegati.
E' soprattutto in ragione di questa asimmetria nell'impatto dell'imposta che ancora oggi si registrano particolari resistenze da parte degli Stati che, per questo motivo, diverrebbero maggior contribuenti di un tributo candidato divenire risorsa propria dell'Unione anche se, è stato fatto notare, l'applicazione della FAT in ambito europeo si innesterebbe senza problemi particolari su un tessuto economico che ancora oggi beneficia estensivamente dell'esenzione IVA. In questo senso la FAT diverrebbe anche una forma di prelievo volta a compensare il mancato gettito IVA sulle attività finanziarie. Non è ancora chiaro, però, come questo prelievo possa fare sistema con le altre tasse applicate nelle diverse economie del G-20, e non è neppure chiaro come questa forma di prelievo, intrinsecamente globale e transnazionale (diverrebbe così la prima imposta globalizzata) possa interagire con il fitto network di convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni già in vigore e che magari possono già adesso prevedere disposizioni discordanti.
Insomma si tratta di una pagina ancora tutta da scrivere, ma per la quale, questa volta, non sembra mancare né la volontà politica né le proposte tecniche ed operative: l'appuntamento è per l'estate 2011, momento entro il quale la Commissione formulerà una proposta completa ed esaustiva in merito, terminata la fase di confronto di questi giorni.
Si tratterebbe di una svolta davvero epocale per la fiscalità e la finanza internazionale: se qualche decennio fa alcuni analisti paventavano un futuro fatto di "Nazioni senza ricchezza, ricchezze senza nazione", ora almeno si cerca di dare a quei capitali, se non una nazione, almeno una imposta.
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