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venerdì 11 settembre 2009

Aspettando The Luxottica case

La settimana scorsa ho finito la previsione del mio ennesimo lavoro in ferrara, che ho realizzato grazie al fondamentale supporto di Wim Wijnen, carla de Pietro e Maddalena Tamburini, tutti autori con me della prima opera in inglese edita dal centro studi di diritto tributario di Ferrara.
Il lavoro è dedicato allo studio del cd. "Caso Luxottica" sul quale lo scorso anno abbiamo tenuto due giorni di seminario.
Beh, non potete immaginare la mia soddisfazione quando oggi ho trovato in rete un articolo preso da L'Espresso (tutti i diritti riservati) e rilanciato da un noto sito web di gossip (al quale invero sono affezionatissimo lettore), Dagospia, al quale devo anche il titolo dell'articolo.
Insomma, eravamo stati quantomeno tempestivi.
Ai miei studenti di quest'anno (2009 - 2010) ne raccomando la lettura.

OCCHIO NERO A LUXOTTICA
Luca Piana PER "L'ESPRESSO" (tutti i diritti riservati dall'autore e dall'editore)

Quando l'anno scorso uscirono le notizie di una prima indagine fiscale nei suoi confronti, il cavaliere del lavoro Leonardo Del Vecchio ruppe il tradizionale silenzio. I 20 milioni di euro che, all'epoca, l'Agenzia delle entrate gli chiedeva «riguardano il mio patrimonio personale» e «non hanno nulla a che fare con la Luxottica», disse.
I mass media interpretarono questa pubblica dichiarazione, quanto mai rara in un imprenditore noto per il riserbo, come il tentativo di sottrarre al fuoco delle critiche la sua azienda, un gioiello leader al mondo nella produzione e vendita di occhiali.
I veri obiettivi dell'industriale milanese, però, erano probabilmente altri. Negli stessi giorni in cui veniva a galla la prima grana con il Fisco, i legali di Del Vecchio erano alle prese con un'accusa molto più pesante, rimasta finora sconosciuta.
Nel novembre 2007, dopo un anno di indagini, gli uomini dell'Agenzia delle Entrate di Milano avevano infatti notificato una serie di contestazioni che facevano apparire i 20 milioni pretesi in precedenza come una palla di neve a fronte di una valanga.
Nel nuovo caso in esame, stando a documenti che "L'espresso" ha esaminato, i profitti sottratti al Fisco attraverso il cosiddetto meccanismo della esterovestizione sarebbero stati infatti pari a 1,55 miliardi di euro e l'imposta non pagata di circa 500 milioni. La Delfin, la finanziaria di famiglia che dal Lussemburgo controlla la Luxottica, rischiava di fronteggiare una delle maggiori accuse di evasione mai formalizzate in Italia, con un botta - fra arretrati, sanzioni e interessi - superiore al miliardo di euro.
Uno scenario che, forse, ha convinto l'imprenditore a cercare un accordo di conciliazione. «La Delfin ha avviato da tempo una procedura volta a definire la vicenda in via bonaria e confida che una soluzione possa arrivare a breve», fanno sapere fonti vicine alla società. Che ribadiscono la posizione già espressa un anno fa, al momento della prima querelle con il Fisco: «La società non ha mai inteso mettere in atto comportamenti elusivi: si tratta di una vicenda interpretativa di norme internazionali».
La storia di Del Vecchio, 74 anni, è una delle più note fra gli industriali italiani. Se oggi, con un patrimonio stimato in 6,3 miliardi di dollari, occupa la 71esima posizione nella classifica dei miliardari compilata dalla rivista "Forbes", terzo in Italia dopo Michele Ferrero della Nutella e il premier Silvio Berlusconi, la sua biografia parte in effetti da tutt'altre basi. Cresciuto a Milano nell'orfanotrofio dei Martinitt, inizia a lavorare con in tasca il diploma di incisore e si impiega in una ditta che stampa medaglie.
A 26 anni fonda ad Agordo, nel distretto bellunese dell'occhialeria, la Luxottica, che trasforma in un colosso a suon di acquisizoni condotte in giro per il pianeta. A fine 2008 i ricavi raggiungono i 5,2 miliardi, i dipendenti quota 61 mila. Un motivo d'orgoglio, quello del successo sul lavoro, certamente superiore rispetto alle poche altre passioni note: il tifo per l'Inter e lo yacht di 62 metri Moneikos, comprato nel 2006.
Al di sopra della realtà ben conosciuta della Luxottica, c'è però il ricco mondo delle partecipazioni di famiglia, sul quale si è concentrata l'attenzione del Fisco. Al vertice si trova la finanziaria lussemburghese Delfin, che custodisce il 68 per cento di Luxottica e altre ricche attività. Tra queste, il 2 per cento delle Assicurazioni Generali e il 25 per cento del gruppo Foncière des Régions, proprietario di palazzi e uffici tra Francia e Italia per un valore di 9,7 miliardi.
La Delfin in Lussemburgo, dunque. Le azioni dello scrigno di famiglia sono divise in parti uguali fra i sei figli di Leonardo, che conserva i diritti di voto. La spiegazione sembra lineare: il padre ha in mano il comando, i figli la nuda proprietà. La struttura di controllo, però, non è sempre stata così semplice. Fino a pochi anni fa il primogenito Claudio, 52 anni, aveva una sua società che figurava fra i soci di Luxottica, mentre il papà e le altre due figlie di primo letto, Marisa e Paola, si dividevano quella che all'epoca era considerata la capogruppo, La Leonardo Finanziaria, localizzata in Italia.
Questo assetto, che venne poi rivoluzionato per far posto ai tre figli più piccoli, ancora oggi minorenni, era complicato ulteriormente dal fatto che La Leonardo non deteneva direttamente l'intero pacchetto di azioni Luxottica di cui era titolare. Una quota, infatti, era custodita da una società tedesca, la Leofin Holdings, nella quale venivano parcheggiati anche investimenti temporanei. Come quello effettuato in uno dei più famosi marchi di gelati, l'italianissima Sanson.
È proprio in Germania che nascono i guai. Il diritto tedesco, rispetto alle norme italiane di allora, prevedeva vantaggi fiscali in caso di cessione o di rivalutazione delle partecipazioni. Nel 2006, in seguito a uno scambio d'informazioni con le autorità di Berlino, l'Agenzia delle Entrate inizia così le verifiche sulla Leofin Holdings. E parte la prima scossa. Gli ispettori contestano il fatto che la sede della Leofin a Haar, nei sobborghi di Monaco di Baviera, sia solo di comodo.
L'istruttoria mette in chiaro che la società non possiede una struttura autonoma e svolge le proprie operazioni sulla base di decisioni assunte in Italia. Passando al setaccio i bilanci del 1997-1998, viene inviato un primo avviso con la richiesta di 20 milioni di euro, fra multa e tasse. Del Vecchio fa ricorso alla Commissione tributaria di Belluno, lo perde e la notizia trapela sui giornali nel febbraio 2008, assieme alla decisione di fare appello.
Il vero terremoto, però, doveva ancora arrivare. Due anni fa, infatti, gli uffici dell'Agenzia erano particolarmente attenti a casi come quello della Leofin perché Vincenzo Visco, viceministro del governo Prodi, stava tentando di colpire le catene di controllo cosiddette "a sandwich": una holding italiana che possiede una finanziaria straniera che a sua volta custodisce un'industria italiana.
E la tedesca Leofin, nel sandwich dei Del Vecchio, è il ripieno perfetto. Soprattutto quando le verifiche si estendono al 1999. Un anno che sembra presentare due fatti straordinari: un utile di 1.554 milioni di euro, stratosferico rispetto ai 4 milioni realizzati in Italia dalla capogruppo La Leonardo, e la contestuale soppressione della società, trasferita in Lussemburgo.
Gli ispettori argomentano che, attraverso una serie di operazioni transnazionali, la famiglia sarebbe riuscita a rivalutare all'estero, in esenzione d'imposta, le partecipazioni in Sanson e Luxottica. E che la Leofin sia stata costituita in Germania con l'unico intento di beneficiare dei vantaggi fiscali. L'utile straodinario realizzato dalla società tedesca, nel frattempo confluita nella lussemburghese Leoinvest, viene considerato "italiano" a tutti gli effetti, con 500 milioni di imposte arretrate, più sanzioni e interessi, per un totale che potrebbe superare il miliardo.
Quanto sarà, in realtà, il conto finale, dipende però dai risultati definitivi della transazione con il Fisco e da quanto le argomentazioni della Delfin saranno riuscite a scalfire le certezze dell'Agenzia. Nel caso della Bell di Emilio Gnutti, ad esempio, a fronte dei 653 milioni di imposte arretrati e del miliardo di sanzioni, il Fisco dovette accontentarsi di circa 231 milioni, visto che la finanziaria lussemburghese si avvalse dei benefici previsti dal cosiddetto accertamento con adesione.
Qualunque sia il saldo, tuttavia, è possibile che un cruccio a Del Vecchio rimanga: se avesse aspettato tre anni a effettuare la riorganizzazione, avrebbe potuto sfruttare una delle novità introdotte nel 2003 dal ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, la "Partecipation exemption". La Pex, come la chiamano, permette proprio di dedurre dal reddito imponibile quelle plusvalenze che, invece, a Del Vecchio oggi rischiano di costare molto care.
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