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giovedì 23 ottobre 2008

Di derivazione e di alcune altre cose ...


Altro contributo interessante a firma questa volta di Francesco Bonazzi, per L'Espresso.
Divulgativo (come deve essere) ma efficace.

Tra di loro, gli gnomi della finanza londinese lo chiamano "trading fiscale", ovvero vendita di derivati con un solo scopo: permettere al cliente di risparmiare una montagna di soldi sulle tasse. Ma le banche italiane che negli ultimi anni si sono rimpinzate di questi contratti non userebbero mai una definizione così spiccia. Sarebbe come ammettere che hanno volontariamente sottratto al Fisco centinaia di milioni, sfruttando i trattati bilaterali che vietano la doppia imposizione.

Un giochetto che, secondo quanto risulta a "L'espresso" (venuto in possesso di documentazione riservata tra contratti, memorandum fiscali e analisi confidenziali sulla clientela italiana), avrebbe permesso ad alcuni tra i maggiori istituti di credito di casa nostra risparmi fiscali per non meno di 3 miliardi e mezzo di euro negli ultimi cinque anni. Una cifra che forse meriterebbe una qualche riflessione in tempi nei quali lo Stato corre a garantire le banche con i soldi dei contribuenti.

Il marchingegno che sta alla base di questi profitti, se fosse stato sottoposto a un parere dell'Agenzia delle entrate, sarebbe stato probabilmente vietato. Come ha fatto quest'estate il fisco Usa, dopo che una commissione d'inchiesta del Senato ha svelato i segreti del "trading fiscale". Le autorità statunitensi su questi contratti hanno intimato lo stop ai loro banchieri, arrivando perfino a minacciare la galera. Saranno stati un po' brutali, gli sceriffi del fisco americano, ma non dovevano avere tutti i torti se poi un venditore seriale di questi bond "taglia-tasse" come Deutsche Bank ha improvvisamente smesso di proporli anche in Italia.

DA LONDRA CON LA VALIGETTA
Ogni mercato, anche il più riservato, ha i suoi venditori e i suoi compratori. Quello "fiscale" non fa eccezione, se non per il fatto che su ogni singolo contratto ballano cifre che possono toccare 1,3 miliardi in pochi mesi. All'inizio degli anni Duemila, alcuni banchieri con sede a Londra cominciano a bussare alla porta degli "investment manager" delle nostre banche. Lavorano per grandi firme come Dresdner Kleinwort, Barclays Capital, Lehman Brothers, Deutsche Bank e Credit Suisse, e propongono dei "repo" (pronti contro termine) così strutturati. La banca italiana investe in titoli non quotati emessi da una società fiscalmente residente nel Regno Unito o in Lussemburgo e controllata dalla banca straniera che ha proposto l'affare.

Alla scadenza del contratto, l'istituto estero s'impegna a ricomprare il bond a un prezzo prestabilito. Nel frattempo, la banca italiana ha diritto a percepire gl'interessi sui titoli di debito e le eventuali cedole. I contratti durano da 2 a 11 mesi, in modo da non dover finire nei bilanci. Vista l'aria che tira, la prima domanda che ci si fa di fronte a questi contratti è se le banche italiane stiano rischiando i soldi dei loro clienti in strumenti pericolosi. La risposta è: assolutamente no. Stanno solo risparmiando sulle tasse. E anche parecchio.

IL BELLO DEL CEDOLONE
La parte sugosa di queste operazioni è quella che nei contratti viene sbrigativamente accennata al punto "eventuali cedole", da concordare di volta in volta e magari solo al telefono. Come spiega a "L'espresso" un banchiere che ha venduto decine di questi prodotti, «la cedola in realtà non è mai eventuale, ma è una costante di questi pronti contro termine». E soprattutto, spesso non è neppure una cedola del 10 per cento, come si legge in qualche brochure riservata, ma un dividendo che può oscillare tra il 35 e il 40 per cento.

Insomma, come riassume un altro gnomo, «alla fine il repo può andare più o meno bene, ma il vero business è sul suo collaterale, ovvero la spartizione tra banca estera e banca italiana delle plusvalenze e delle cedole che ci si scambia nel corso del contratto». Vediamo come funziona. Se una banca fa un miliardo di utili in Italia, deve girare al Fisco circa 310 milioni di euro. Ma se gli utili vengono realizzati in un paese che ha un trattato fiscale con Roma che vieta la doppia imposizione, come il Lussemburgo o il Regno Unito, allora il discorso cambia. La banca italiana può decidere di puntare il suo miliardo su un'obbligazione estera non quotata e incassare gli utili sul "collaterale", dopo di che basta che conservi la ricevuta della ritenuta d'acconto inglese, pari al 10 per cento, e gli obblighi fiscali sono terminati.

Rifacciamo i conti ed ecco la prima convenienza di tutto il marchingegno: sui frutti del "collaterale", che magari ammontano a 330-400 milioni, si risparmia il 20 per cento circa di tasse (35 meno 10) grazie al divieto di doppia imposizione. È questa differenza che ha creato oltre 3 miliardi e mezzo di minor gettito in cinque anni dalle banche al Fisco. E come viene diviso questo 20 per cento di "utile fiscale"? Secondo quanto hanno spiegato fonti estere a "L'espresso", un terzo se lo tiene la banca straniera e due terzi vanno a quella italiana. Una spartizione singolare per istituzioni abituate a operare tra loro con commissioni percentuali approssimate alla virgola.

LA LEGAL OPINION
Le banche italiane che hanno stipulato questi contratti si sono limitate a depositare in qualche loro cassetto delle dotte "legal opinion" (le più gettonate sono quelle dell'avvocato Renato Paternollo, dello studio Freshfields), nel caso saltasse fuori qualcosa e l'Agenzia delle entrate sospettasse comportamenti elusivi o fraudolenti. C'è però una considerazione svolta dai loro stessi consulenti che merita di essere qui riportata: «L'amministrazione finanziaria italiana non ha finora fornito chiarimenti sul credito d'imposta per i redditi prodotti all'estero e non si può escludere che l'amministrazione si attenga a una diversa interpretazione delle norme anti-elusione, nel caso in cui avesse occasione di analizzare tali operazioni nel corso di un accertamento».

Tradotto dal giuridichese: care banche italiane, fate pure questi contratti, ma se poi vi beccano potreste avere qualche grana (e noi consulenti fiscali ve l'avevamo detto). Abbiamo girato i contratti anche a uno dei massimi tributaristi italiani e la risposta è stata secca: «È un pratica elusiva, perché sono venduti apertamente come strumenti del "dividend stripping"». Ovvero, sono delle specie di arbitraggi fiscali, con i quali le controparti si scambiano i diritti di usufrutto su un bond, vestendoli e rivestendoli ora da dividendo, ora da plusvalenza, ora da interessi, ma sempre a seconda delle reciproche convenienze tributarie.

BENEDETTE BROCHURE
Il punto è che le opinioni legali acquisite dalle banche erano a corredo dei contratti. Ma i contratti sono stati venduti in Italia consegnando ai clienti delle "brochure" ben più esplicite e che forse i consulenti fiscali non hanno visto . In una presentazione di un banca estera datata giugno 2007 e relativa a un investimento in Lussemburgo, ad esempio, si spiega che l'investitore godrà di una serie di benefici fiscali dei quali non godrebbe in Italia. E non ci vuole uno scienziato del marketing per capire che quella pagina di "Tax considerations" che illustra l'operazione è il vero appeal di un investimento che non viene minimamente propagandato per il suo valore finanziario.

ECCO CHI LI HA COMPRATI
"L'espresso" ha ottenuto un documento confidenziale di una banca estera nel quale si fa il punto sul mercato italiano e sui concorrenti. Se ne ricava che contratti del tipo sopra spiegato sono stati sottoscritti da Abax-Credem, Antonveneta, Carige, Interbanca, Intesa San Paolo, Monte dei Paschi, Popolare di Milano, Popolare Verona e Popolare Vicentina. In un contratto del marzo 2008, del valore nominale di 800 milioni di euro, lo schema è addirittura quadrangolare e vede in campo Unicredito come investitore, la sede londinese della sua controllata tedesca Hypo-Verein come custode dei titoli, la sede londinese della Dresdner Bank come proponente del contratto e una oscura società di Gibilterra di nome Patara Finance come emittente del bond (nel contratto c'è scritto che Patara «non è controllata di Dresdner, ma entra nel suo bilancio consolidato»).

Sempre nel memorandum di mercato si legge che alcune banche hanno respinto l'offerta e per questo sono bollate come «estremamente prudenti» (è il caso di Mediobanca). Mentre altre hanno declinato perché non avevano "capacità fiscale", ovvero utili da abbattere. E quello della "tax capability" è indicato come il requisito fondamentale della banca italiana da abbordare. La discriminante della "capacità fiscale" tradisce così l'elemento chiave di questi contratti e spiega come si possano generare "cedoloni" del 40 per cento in pochi mesi. Facciamo una pura ipotesi: in un certo anno, il gruppo italiano "XYZ" ha fatto a casa sua utili per un miliardo e dovrebbe pagarvi sopra oltre 300 milioni di tasse.

Se però ne investe una bella fetta, diciamo 900 milioni, su un pronti contro termine che "purtroppo" dopo tre mesi perde metà del capitale investito, in questo modo abbatte l'imponibile di un bel po'. I soldi però rientrano dalla finestra sul "collaterale" del bond andato male, dove invece si guadagna una maxi-cedola da 300 milioni e sulla quale, per giunta, si pagherà solo il 10 per cento d'imposta alle autorità inglesi. Per ora si tratta di una semplice ipotesi giornalistica, ma i contratti in mano a "L'espresso" potrebbero tranquillamente essere gestiti anche in questo modo.

Se fosse così, non saremmo più di fronte a una forma di elusione, ma a un modo fraudolento di far sparire gli utili montando operazioni fittizie. Volendo invece sperare che le cose non sia andate in questa maniera, resta il giallo di tutta quell'enfasi sulla "tax capability" del cliente italiano. Perché se questi contratti non sono neppure "trading fiscale", davvero non se ne capisce il senso. E tutta questa attività delle banche straniere in Italia avrebbe la stessa ragionevolezza di un pressing della Pfizer sui pediatri perché prescrivano il Viagra.
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