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martedì 11 marzo 2008

Lacrime di Cayman


Pubblico qui di seguito un articolo di Vittorio Zucconi, tratto da La Repubblica e alla quale tutti i diritti sono riservati.

Non condivido un paio di incisi del giornalista, specie sul finale, ma può essere un contributo utile nelle letture integrative del corso di diritto tributario internazionale.

Cayman Island, strisciolina di corallo e di calcare sospesa sul bordo di un abisso profondo sette mila e cinquecento metri, ultimo balconcino della massa continentale nordamericana prima della Fossa dei Caimani, questa sonnacchiosa, devota, bruttina colonia di sua maestà britannica è il sogno di ogni evasore e l´incubo di ogni funzionario del fisco. È il sinonimo, romanzato, filmato, mitizzato, esagerato, del "paradiso fiscale", del luogo liberato dall´inferno del fisco dove le anime sono chiamate a contemplare la gloria eterna del Dio esentasse: le Cayman Island.

Bussate con i vostri soldi, con i vostri pacchetti azionari, con i vostri fondi neri, con i capitali da riciclare e vi sarà aperta una delle 75 mila caselle postali dell´isola che contengono 75 mila corporation, più di quante esistano a New York o a Londra, e almeno 600 miliardi di dollari in depositi bancari custoditi in 259 chilometri quadrati di sabbia, quanti l´isola d´Elba.

Da quando John Grisham, con il suo legal thriller “Il Socio” poi divenuto film con Tom Cruise e Gene Hackman nel 1993, strappò questo atollo caraibico ancora geologicamente parte di Cuba al proprio languido anonimato, le tre isolette, la prima pomposamente chiamata Grande Cayman, e le sue sorelline con nomi da cartone animato, Brac e Little, hanno conosciuto l´ambigua fortuna di una notorietà internazionale che ha attratto ancora più soldi, e ancora più ispezioni.

Non passa mese senza che dagli Stati Uniti non atterrino sulla unica pista del suo piccolo aeroporto ad appena un´ora di jet da Miami, squadre di ispettori per scassinare le caselle postali e aprire le shell company, le società vongola protette dalla privacy più rigorosa. E che non tornino, dopo essere stati ricevuti con ogni garbo dal primo ministro Caymano, il leader del locale Partito Democratico che ironicamente di cognome fa Bush, senza avere ottenuto altro che promesse solenni e scartafacci da compilare.

Promesse che non hanno impedito che i massimi acquirenti degli appartamenti di super lusso cresciuti come una Maginot di cemento rosa lungo la spiaggia più famosa, la spiaggia delle "7 miglia" (che sette miglia non sono affatto, ma gli enti del turismo mentono ovunque) siano da qualche tempo russi. In contanti.

Come la sua collocazione geologica, in bilico sullo stupendo strapiombo blu che attira subacquei a branchi per flirtare con le razze e sbalordire davanti all´esplosione di fauna corallina, così la collocazione politica e amministrativa di queste isole abitate soltanto da tartarughe quando le toccò Cristoforo Colombo nel 1503 (fu lui a battezzarle Tortugas, perché qualche volta anche Colombo coi nomi ci prendeva) è pericolosamente appesa a una serie di anacronismi e di equivoci sui quali si regge la sua fortuna.

Dopo i primi visitatori pre colombiani, i Taino, l´impero spagnolo, i pirati che qui si rifugiavano e i più ingordi di tutti, gli inglesi che la portarono via alla Spagna nel 1670, è ancora territorio di Sua Maestà Elisabetta II, che infatti sorride dalle banconote locali. È parte, e non è parte, della Unione europea, off shore, lontana dalle rive, dalle acque territoriali e dai ministeri delle finanze.

Un governatore nominato dalla sovrana, sempre un baronetto, si limita a tirar sera in una modesta villetta sulla spiaggia, ormai oppressa dai nuovi super alberghi residence come il Ritz Carlton che vendono bilocali vista mare finiture ottime per 6 milioni di dollari. Fino a due anni or sono, lo "Honorable Governor" scorrazzava per l´isola su una Rolls Royce rosa shocking targata "1", ma quando si diffusero voci maliziose, la corona spedì un governatore nuovo con una Rolls dal più maschio color nero.

Sguaiatezze e libertinaggi pubblici sono rigorosamente banditi. Non ci sono casinò, nel senso che qui si chiamano banche (435, due per chilometro quadrato) e i croupier hanno lauree in legge e master in business. Non ci sono tensioni razziali, perché il 40 per cento dei 50 mila cittadini sono un cocktail di dna africano e scozzese, grandi mastri d´ascia o disertori.

Essendo stata risparmiata all´isola, che non ha terra per produrre neppure una zolletta di zucchero, l´infamia delle piantagioni, le razze si sono mescolate senza eccessivi rancori e senza la furia anti colonialista, dunque anti bianca, che investirono le Bahamas o la Giamaica quando proclamarono quella indipendenza sempre respinta, finora, dai più astuti Caymani. I clandestini non esistono, su una lingua di sabbia e corallo dove nessuno può nascondersi.

I filippini, gli honduregni, i giamaicani, gli haitiani, i dominicani che vengono parsimoniosamente ammessi, dopo accurate viste mediche, per costruire i condomini di lusso, se ne devono andare a opera finita. Anche il più spregiudicato "mafyoso" della nuova libera e democratica Russia putiniana avrebbe qualche perplessità nel parcheggiare miliardi presso una finanziaria puzzolente di hashish e popolata di impiegati giamaicani con la chioma rasta.

I locali chiudono tutti alla mezzanotte e chi vuole ubriacarsi lo deve fare in privato, secondo il perbenismo vittoriano che proibisce strip-club e prostituzione. I negozi chiudono alla domenica, il giorno of the Lord, perché i nativi, grandi frequentatori di chiese presbiteriane e cattoliche, benedetti da un reddito medio di 46 mila dollari a testa annui senza 740, bloccano ogni tentativo di violare il giorno del Signore.

Tutto è carissimo, perché non ci sono poveri, e tutto è importato, dal latte al pesce congelato e poi spacciato come "fresco di paranza", ma l´illusione del tax free ipnotizza i visitatori rapinati. Con la stessa dignitosa ipocrisia calvinista di una Zurigo o di una Ginevra, anche questa "Svizzera tropicale" non transige sulle apparenze. Il governo locale non permise a una crociera gay di gettare l´ancora nelle sue limpide acque.

L´evasione va bene, ma soltanto se fiscale. Non c´è nulla di sordido nelle strade assolate delle isole che, confinate le tartarughe marine in un allevamento, furono ribattezzate dagli inglesi nel XVII secolo, "Isole dei Caimani" dal nome dei lucertoloni che brulicavano tra le sue mangrovie, animali del tutto inoffensivi nonostante l´equivoco con alligatori e coccodrilli. Non c´è neppure nulla di particolarmente spaventoso nel suo essere rifugio di sette mila fondi di investimenti (un fondo ogni sette abitanti) registrati qui per non pagare tasse sui profitti.

Il mondo brulica comunque di "paradisi fiscali", Panama, le Bahamas, le Bermuda, la Repubblica Dominicana, leggendario rifugio di "malandrini" e l´unico collegio elettorale estero dove Forza Italia trionfò nel 2006, il Liechtenstein prima che un infedele tradisse, ben presto anche Cuba, appena Fidel morirà.

In questo atollo che seppe sopravvivere alla martellata di uno mostruoso ciclone di massima categoria nel 2004, Ivan (la Russia dà, la Russia toglie), la paura del futuro non viene dagli ispettori, ma dal mare. In un´isola dove la massima altitudine si misura in centimetri, l´onda dei ghiacciai dissolti sommergerebbe i ricchi e i poveri, i russi e le iguana, le chiese e le cassette di sicurezza, risucchiandoli in quell´abisso che, più paziente degli ispettori fiscali, li attenderà per sempre.
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