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domenica 17 febbraio 2008

Di esterovestizione e di molte altre cose ...

Ricavo da un sito web ...

Leonardo Del Vecchio, patron di Luxottica è stato condannato al pagamento di una multa di 20 milioni e 500 mila di euro per frode fiscale. I giudici tributari di Belluno hanno dato ragione all'Agenzia delle entrate di Belluno condannando in primo grado la società tedesca Leofin Holdings controllata dalla Leonardo Finanziaria, per fatti che risalgono a dieci anni fa anche se l'accertamento fiscale è avvenuto nel 2006. In pratica secondo i magistrati tributari Del Vecchio avrebbe costituito la società in Germania per gestire operazioni che in Italia sono tassate. Nella Leofin confluivano, infatti, pacchetti azionari, plusvalenze e dividendi di Luxottica e Gelati Sanson.

Si tratta del secondo caso di esterovestizione che andiamo a trattare in questo blog, credo.
Domani parte il corso di diritto tributario internazionale a Ferrara .. indubbiamente avrò qualcosa in più da raccontare ai miei studenti (e spero di riuscire a recuperare le sentenze del 14 gennaio di quest'anno).

9 commenti:

Anonimo ha detto...

sarebbe interessante leggere la sentenza...

Dott. Marco Greggi ha detto...

Esatto.
L'ho già chiesta al Presidente della Commissione tributaria provinciale di Belluno, mediante il suo segretario di commissione.
Mi ha promesso che me la farà avere a giorni.
Credo che ci organizzerò su un seminario qui a Ferrara, a fine marzo.

raffaello ha detto...

Ciao Marco, non ti pare esagerato dedicare un seminario a una sola sentenza...si potrebbe parlare di esterovestizione in generale...a proposito la parola mi ricorda un vecchio scioglilingua...se l'arcivescovo di Costantinopoli si esterovestisse, vi esterovestireste anche voi?...mah...

Dott. Marco Greggi ha detto...

Hm, forse sì.
Ma poi le sentenze di Belluno sono due, almeno così ho letto.
Poi la verità è che il prof. Wijnen che verrà a Ferrara per il seminario doveva tenere lezione sull'art.4 del Modello OCSE. In questo modo riesco a "contestualizzare" il seminario. Leggo poi sul carlino di oggi (20/02/08, pag.16 delle cronache, che qualcosa si sta muovendo anche nelle Marche (questione Bikkembergs), anche se analizzare quella situazione mi sembra un po' prematuro.
Se lei è il Raffaello che penso, mica avrebbe una giornata libera il 28 marzo da venire a passare a Ferrara (dopo tutto è un venerdì ...) ?

Da Costantinopoli (recte: Galatasaray) ho notizie di ieri: il mio collega Kabaalioglu che doveva venire a Ferrara ha rimandato la sua trasferta all'anno accademico prossimo per impegni, credo concorsuali. Posso chiedergli dell'arcivescovo.
Temo però che, anche nel caso di sua esterovestizione, non si tratterà di prodotti romani ... ma purtroppo solo cinesi ...
;-)

Dott. Marco Greggi ha detto...

Oggi ho ricevuto le sentenze, e sono già al lavoro per la loro formattazione.
Una sola cosa continuo a non capire: perché le cancellerie (o segreterie, a seconda della giurisdizione) insistono nello sbianchettare i nomi della parti ?
capisco la privacy negli atti processuali (memorie, citazioni, etc ...), ma la sentenza è atto pubblico, pronunciata in nome del popolo italiano, e non capisco davvero che esigenze particolari di segretezza ci siano.
Chissà. forse qualche processual-civilista sarà in grado di aiutarmi in a sciogliere questo dubbio ?

Anonimo ha detto...

mi occupo solo di diritto tributario ma penso che la ragione sia nella tutela da ricercare nella tutela della privacy. La Cassazione, sez. penale, l'ha ribadito più volte. Forse anche nella fattispcie si tratta comunque di garantire l'anonimato
http://www.repubblica.it/2005/e/sezioni/cronaca/cassazione/privacassa/privacassa.html

Anonimo ha detto...

http://business.timesonline.co.uk/tol/business/money/tax/article3423610.ece
http://business.timesonline.co.uk/tol/business/money/tax/article3423428.ece

non oso pensare cosa sarebbe successo in Italia....

Dott. Marco Greggi ha detto...

Gentile lettore,
chi le dice che non sia già successo ?
No, scherzi a parte, dal nostro punto di vista, al più si sarebbe trattato di un problema di utilizzabilità della documentazione acquisita in questo modo, con il tradizionale sviluppo di un dibattito sia sulla stampa specializzata, in dottrina e nelle Commissioni, sia altrove.
Anche l'Italia in passato ha avuto, nel suo piccolo, qualche incomprensione con il nostro paradiso fiscale dietro l'angolo (o ex tale).
Tra l'altro, anche recentemente, un istituto di credito delle mie parti è stato coinvolto in una serie di operazioni non molto chiare con lo stesso Stato.
Sono un autentico garantista, e staremo a vedere solo alla fine.
Di per certo, i fatti di casa nostra, almeno dal punto di vista dimensionale, sono poca cosa rispetto a quelli che stanno ribaltando tanti luoghi comuni tedeschi (soprattutto) e anche inglesi.
Mal comune mezzo gaudio ?
Credo proprio di no: semplicemente la piaga dell'evasione (o elusione, chiamatela come volete a seconda dei casi) è molto più diffusa di quel che possa sembrare.
A quando la scoperta di qualche discarica abusiva in Svezia ???

Dott. Marco Greggi ha detto...

Articolo tratto da www.sanmarinoweb.net

Esterovestizione “rinviata” all’accordo di cooperazione -

“Esterovestizione”, termine tanto brutto quanto temuto, che rimanda a un istituto giuridico italiano di nuovo conio ma di antico stampo inquisitorio, più simile infatti nelle sue implicazioni a una caccia alle streghe legalizzata che a una moderna prassi equitativa diretta a snidare, sulla scorta di elementi probatori fondati, capitali nazionali “falsamente” allocati all’estero.
Le pesanti conseguenze dell’impostazione giuridica adottata negli ultimi anni dal sistema fiscale tricolore, che tenta di vincere le “tentazioni estere” delle imprese a colpi di generalizzate presunzioni di colpevolezza, sono ampiamente documentate dall’asprezza della crociata lanciata dalla Guardia di Finanza contro numerose imprese sammarinesi, accusate di essere nei fatti unità produttive italiane fittiziamente domiciliate in Repubblica.
Un’asprezza facilitata dalla nuova formulazione assegnata dal dlgs. 344/03 e dalla legge 248/06 all’art.73 del Testo unico delle imposte sui redditi, che in tema di “esterovestizione” sostituisce a un più oculato accertamento da condurre caso per caso, il peso di una implicita condanna dell’ordinamento cui il presunto contribuente può sottrarsi solo fornendo la prova contraria alla pretesa vantata dall’amministrazione.
Un’asprezza, inoltre, che non è irriverente definire “di comodo”, visto che ai fini dell’imposizione diretta la fattispecie di “esterovestizione”, così come è configurata dalla nuova legge, è notevolmente più semplice da confezionare rispetto a quella, più complessa, di “stabile organizzazione”, disciplinata dall’art.162 del TUIR (cfr. box a lato).
Il dato sconfortante di tutto ciò è che non si tratta di conclusioni azzardate e frettolose, frutto della fantasia o delle scarse cognizioni del cronista. Si tratta invece della sintesi di una ricca casistica giurisprudenziale, oscillante ora pro amministrazione ora pro impresa, e soprattutto degli esiti ultimi di un fiorente dibattito dottrinale che ha trovato l’ennesima conferma negli autorevoli pareri forniti, giovedì scorso al Centro Tonelli, da due ottimi conoscitori della materia a una folta platea di imprenditori, professionisti e funzionari della PA del Titano: l’avvocato Antonio Iorio, esperto di fiscalità internazionale e di impresa ed ex consulente delle Fiamme Gialle, e Giampaolo Giuliani di Confindustria Rimini.
Il seminario, promosso dall’Associazione Nazionale dell’Industria Sammarinese, ha assunto ben presto i toni del confronto diretto e interattivo. Nessuna lezione accademica, dunque, solo una concisa panoramica dei presupposti giuridici di “esterovestizione” e “stabile organizzazione” a cura di Iorio e via via, a seguire, le testimonianze e le domande di imprese, avvocati e commercialisti. Ne sono derivati, nel botta e risposta che ha caratterizzato l’incontro, alcuni punti fermi, in parte anticipati in apertura di articolo, e la prospettazione per San Marino di alcuni margini di manovra, estrapolati peraltro in un contesto giuridico italiano oggi davvero sfavorevole.
“I primi tentativi di contrastare i rapporti esteri intrattenuti dalle imprese italiane - ha spiegato Iorio -, risalgono a circa una decina di anni fa. Le prime norme restrittive riguardarono la nozione di residenza. Vennero così istituite le ‘black list’, cui consegue la sanzione della indeducibilità dei costi derivanti da transazioni concluse con società residenti nei Paesi a fiscalità nulla o privilegiata. Nel mirino del fisco, ai fini della tassazione degli utili in Italia, entrarono successivamente le quote di controllo o di semplice partecipazione detenute direttamente o indirettamente da imprese della Penisola in società estere, denominate Controlled Foreign Companies, residenti nei medesimi Paesi. Il terzo passo, tuttora in corso, è l’attacco alle singole operazioni, con le disposizioni su ‘stabile organizzazione’ ed ‘esterovestizione’. A quest’ultimo proposito, i passaggi principali dell’evoluzione normativa sono stati due: la presunzione legale e la rottura della coincidenza tra sede amministrativa e sede della società”.
Il comma 3 dell’art. 73 del TUIR prescrive infatti che “ai fini delle imposte sui redditi si considerano residenti le società e gli enti che per la maggior parte del periodo d’imposta, hanno la sede legale o la sede dell’amministrazione o l’oggetto principale dell’attività nel territorio dello Stato”.
Premesso che per “oggetto principale dell’attività” si intende “l’attività essenziale per realizzare direttamente gli scopi primari indicati dalla legge, dall’atto costitutivo o dallo statuto”, e che in assenza di tali indicazioni il parametro di riferimento è determinato “dall’attività effettivamente svolta nel territorio dello Stato”, è evidente un fatto: nel tritacarne dell’esterovestizione possono finirci, potenzialmente, tutte le aziende del Titano che ricavino la maggior parte dei loro proventi da rapporti commerciali con l’Italia, vista la equivalenza ingenerata indirettamente dalla legge tra mercato di riferimento prevalente e territorio della Penisola. Con l’aggravante dell’inasprimento recato dalla riforma contenuta nella legge 248/06, in virtù della quale sono presuntivamente ritenute residenti in Italia, tutte le società estere che abbiano i vertici o la maggioranza dei consiglieri di amministrazione residenti appunto nel Belpaese, o che dall’Italia ricevano gli impulsi volitivi relativi alla gestione dell’azienda, o che sempre in Italia abbiano eletto la sede amministrativa, essendo questa considerata dai principi OCSE in materia di doppie imposizioni, come il luogo effettivo in cui si esercita la direzione aziendale. O ancora, e questa è la seconda ipotesi prevista dalla legge 248/06, che detengano quote di controllo di almeno il 50,1% di società italiane, o siano controllate, anche indirettamente e nella stessa misura, da soggetti residenti in Italia.
La situazione, come si vede, è davvero seria, anche perché le pretese di GdF e Agenzia delle Entrate non si arrestano alle imposte dirette, ma investono frontalmente anche l’IVA, sulla quale non ci addentriamo per ragioni di spazio in questo numero, e annoverano in via “residuale” anche l’arma della “stabile organizzazione”, che può rivelarsi decisiva ai fini della tassazione in Italia di aziende sammarinesi che abbiano ivi insediato una rete commerciale o anche un punto-vendita o un deposito con funzioni commerciali. Qualche spiraglio di manovra per tentare di blandire l’assolutezza delle pretese fiscali italiane per San Marino tuttavia sussiste ancora, come anticipato in apertura.
Un margine che si gioca tutto in seno alla trattativa in corso per la definizione dell’accordo di cooperazione economica. Lì qualcosa si può tentare, ha abbozzato Iorio, per ottenere una differenziazione di trattamento, visto che il Titano è un’enclave italica e che la sua economia non può essere messa tout court in ginocchio dall’intransigenza del suo ingombrante vicino. Ma il negoziato - ha chiuso il legale -, “può essere utile anche su un altro fronte: per risolvere il problema dello scambio di informazioni, visto che l’Italia sostituirà entro 5 anni le ‘black list’ con le ‘white list’, le liste positive dei Paesi virtuosi in materia”.