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lunedì 17 dicembre 2007

Alitalia: e se a prendere il volo fossero anche le tasse ?

La vicenda Alitalia ha già occupato le pagine di questa rivista in più occasioni, e non c’è praticamente giornale finanziario o economico nel Paese nel quale esperti di finanza, d’azienda, o giuristi non abbiano autorevolmente espresso il loro parere.

Credo si possa dire che del destino della Compagnia di bandiera si siano interessati ormai più italiani di quanti non si curino della nazionale di calcio, e proprio come in quel caso ciascuno ha la sua ricetta, la sua formazione.

In un momento nel quale molti investitori stranieri si fanno avanti con progetti più o meno condivisibili, più o meno convenienti, mi permetto di far valere sommessamente anche l’opinione di chi si occupa di fiscalità internazionale, e, più in generale, di tasse.

Già, perché se è vero che al giorno d’oggi la Compagnia di bandiera sembra più che altro un pozzo senza fondo, macinando perdite giorno dopo giorno, tutti (più o meno) concordano sul fatto che Alitalia (o per i pessimisti, una porzione di essa) possa essere rilanciata sul mercato dopo una ristrutturazione (o per i pessimisti, una sensibile riduzione del personale unitamente ad altri correttivi) che sarà onere del prossimo proprietario configurare in modo conveniente.


Insomma, che tornerà a creare valore.

E se questo accadrà (tutti ci auguriamo il prima possibile) bisogna fin d’ora (anzi, durante le trattative di cessione) tenere conto anche delle regole fiscali per evitare che la cessione di Alitalia (oggi) determini anche la cessione della redditività che la compagnia andrà a produrre (domani).


Vengo al punto: è noto che il modello di Convenzione OCSE contro le doppie imposizioni, che regola i rapporti fiscali fra Stati, dedica un articolo particolare (l’art.81) alle compagnie di trasporto aereo, disponendo che esse debbano essere tassate solo nel luogo in cui è localizzata la sede di direzione effettiva (place of effective management).

Questo significa ad esempio che adesso i proventi di una compagnia che opera in due Stati che hanno stipulato una Convenzione conforme al Modello OCSE nell’articolo 8 (due stati a caso: Italia e Francia) sono tassati solamente nel luogo ove è localizzata la sede della direzione effettiva della compagnia.

Nel caso dell’Alitalia, ovviamente, in Italia visto che la sua sede è in Roma.


Ma in futuro ?

Che garanzie ci sono che il place of effective management della Compagnia sia mantenuto in Italia ?

O forse l’Italia dovrà abbandonare le sue pretese fiscali sulla nuova Alitalia, una volta risanata e lanciata sul mercato ?

Credo che la dirigenza del Ministero dell’Economia, alla quale già non è sfuggito questo dettaglio, dovrà far pesare sul tavolo delle trattative anche questo interrogativo, pretendendo dalla controparte adeguate garanzie dell’interesse fiscale statale.

Non si tratta quindi solo di relazioni industriali, ma di una soluzione ad un problema, quello di Alitalia, che deve necessariamente avvenire in modo aggregato, coinvolgendo anche aspetti che superano la mera convenienza hic et nunc dell’operazione nel suo complesso.


Un precedente c’è, ed è uno che pesa, visto che riguarda proprio Air France, quando a suo tempo ha condotto la trattativa per KLM (2003 – 2004).

In quel caso l’accordo fu raggiunto a tre, fra Air France, KLM e il governo dei Paesi bassi, con la prima compagnia che si era espressamente impegnata a mantenere in Olanda il place of effective management per KLM fino ad una futura modifica proprio della Convenzione fra Olanda e Francia2.

Insomma, gli olandesi hanno dimostrato di saper far bene i conti, anche e soprattutto dal punto di vista fiscale, continuando a garantirsi il gettito di KLM, seppur nella sua nuova veste francofona.

Credo che si possa e si debba imparare dalla lezione olandese per evitare che, oltre agli aerei, prendano il volo anche le tasse pagate all’Erario.


Marco Greggi
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