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mercoledì 10 ottobre 2007

Lezione 11

Nell'ultima ora di oggi, seppur in modo molto blando, abbiamo cominciato l'analisi delle diverse categorie di reddito censite nell'art.6 del TUIR.
... abbiamo, forse troppo velocemente, fatto qualche riferimento a una ipotetica "clausola di chiusura" del sistema. perché ce n'è bisogno ? Dove dovrebbe essere rinvenuta una clausola di chiusura ? Che rapporto c'è fra questa e l'approccio tassativizzante fatto proprio dal legislatore tributario ?
A quali conclusioni è giunta la dottrina in questo senso ?

10 commenti:

Anonimo ha detto...

DIRITTO TRIBUTARIO LEZIONE NUMERO 11
Secondo il sistema tributario italiano vi sono diverse categorie di reddito. Secondo il reddito prodotto da un’attività mappata nell’articolo 6 del Testo unico, soltanto quei tipi di attività concorrono a formare un reddito. Il legislatore segue due linee normative: l’esemplificazione e l’assimilazione. Esemplificazione ogni tipo di reddito ognuna di quelle categorie dell’articolo 6 è definita dal legislatore, reddito da impresa commerciale, reddito da impresa agricola,reddito da lavoro autonomo,reddito da lavoro dipendente ecc. La seconda linea è l’assimilazione si passa dalla definizione generale al caso particolare, nell’assimilazione per ogni categoria il legislatore assimila le specie che hanno poco a che fare con la regola principale. Abbiamo una esemplificazione generale ed una lista di assimilazioni che per legge sono comunque tassati allo stesso modo. Non esiste una vera e propria clausola di chiusura ma di fatto è come se esistesse. Le categorie di reddito sono sei. Queste e solo queste sono le forme che assumono rilievo: redditi fondiari, redditi di capitali, redditi di lavoro dipendente, redditi di lavoro autonomo, redditi di impresa e redditi diversi (categoria più problematica in quanto racchiude forme di arricchimento diverso con presupposti diversi non rientranti in nessuna delle altre categorie). Ciascuna delle categorie ha un cespite e tutte le attività si riconducono ad uno di questi, l’ultima categoria invece racchiude tutte le attività le quali forme di arricchimento non sono riconducibili a nessuna delle altre categorie e sono tutte diverse. Collocare il reddito nella giusta categoria è importante perché diverse sono le regole, diversi sono i meccanismi di calcolo dell’imposta a seconda della categoria di appartenenza.
FERRARI FABIO 074893

Anonimo ha detto...

A. GHEZZO (Ro) matr.063641
Lez 11:
Iniziando ad analizzare le norme generali, relative sia all’IRPEF sia all’IRES, poste dal TUIR ci imbattiamo nell’art 1,il quale fissa il presupposto di entrambi i tributi, tale presupposto è il possesso di reddito in denaro o in natura derivanti da attività rientranti nelle categorie riportate nell’art 6.
Dobbiamo annotare che per redditi in natura si intendono sia beni sia servizi dati al soggetto e che per la determinazione della base imponibile si considera il corrispondete valore pecuniario del bene.
L’art 6 TUIR indica quali siano le attività che concorrono a formare il reddito imponibile e per fare ciò il legislatore ha utilizzato tre particolari tecniche.
Innanzitutto egli ci da la definizione della categoria, inseguito da un’esemplificazione della categoria stessa ed infine utilizza la tecnica dell’assimilazione per equiparare alla disciplina della categoria di attività casi particolari che poco hanno a che fare con la stessa.
Le categorie previste sono redditi:
- fondiari
- da capitale
- da lavoro dipendente
- da lavoro autonomo
- d’impresa
- diversi
Ci si chiede il perché vi sia bisogno di inquadrare il reddito in categorie; a tal questione si può rispondere che alle diverse categorie corrispondono diverse norme che trasformano il presupposto in base imponibile, di conseguenza esse ricevono disciplina differente.
Di particolare interesse è la questione della mancanza di una norma di chiusura espressa che ci indichi che non vi possono essere altre attività al di fuori dalle indicate che concorrano a formare reddito.
Si potrebbe per altro rispondere che la mancanza di essa viene colmata dal legislatore con una disciplina minuziosa della fattispecie, ossequiosa del principio generale di tassatività nell’indicare i fatti fiscalmente rilevanti, in particolare, parte della dottrina si è espressa individuando una sorta di clausola di chiusura proprio nella previsione della categoria “redditi diversi”in cui confluiscono forme di arricchimento che non hanno nulla in comune se non il fatto di essere ritenute fiscalmente rilevanti e di essere disciplinate scrupolosamente.
Ci si è posti il problema dell’imponibilità o meno delle somme percepite a titolo di risarcimento derivante da incidente.
La richiesta di risarcimento riguarderà: il danno emergente (danni fisici, a cose) di non immediata valutabilità se non su base di pareri medici e di periti, ed il lucro cessante che verrà valutato sulla base delle precedenti dichiarazioni dei redditi del soggetto, proprio queste somme derivanti da risarcimento da lucro cessante vengono trattate dal legislatore alla stregua del reddito e quindi considerate imponibili, con conseguenze di tentativi di aggiramento della disciplina utilizzando forme di transazioni private in cui le controparti raggiungono l’accordo per somme inferiori, qualificate interamente come danno emergente, da qui la relativa difficoltà nell’individuare siffatta elusione che dovrà essere valutata caso per caso.

Marilena ha detto...

lEZIONE 11
Secondo art. 6 TIUR sono tassati solo alcuni redditi:
reddito fondiario,
reddito da lavoro dipendente
reddito da capitale
reddito da lavoro autonomo reddito d'impresa
redditi diversi, che racchiudono forme di arricchimento espressamente previste.
Si ritrovano:
le plusvalenzre
i lavori occasionali
le prestazioni intellettuali.
Marilena Lo Carmine

Marco ha detto...

Ehm, Sig. Ferrari, questa volta la sua sintassi non mi ha aiutato. Anche se il lavoro è sufficiente.
Di fatto l'approccio del legislatore, secondo il De Mita, lavora su tre passaggi fondamentali:
1) Definizione.
2) Esemplificazione.
3) Assimilazione.

Manca un po' la risposta diretta ai quesiti posti alla fine del mio intervento, soprattutto a quelli che richiedevano una presa di posizione personale (ma comunque ragionata).
Bene ai fini della presenza ... ma "cartellino giallo".

Marco ha detto...

Signa Ghezzo,

molto bene la sintesi. Ma perché quel conflitto dottrinale sulla clausola di chiusura? Di che cosa sono figlie le due concezioni ?

Elisa Imperatore ha detto...

LEZIONE 11
All’art. 1 del TUIR vengono fissati i presupposti sia per l’Irpef che l’Ires, cioè il possesso del reddito (denaro o altro), meglio definito poi nell’art. 6 dello stesso TUIR.
In questo articolo vengono elencate quali sono le attività che concorrono alla formazione del reddito imponibile. Ci sono varie categorie di reddito previste: da lavoro dipendente, da lavoro autonomo, da capitale, reddito d’impresa, redditi fondiari e redditi diversi.
Per ogni categoria di reddito corrispondono diverse norme che trasformano il reddito percepito in base imponibile.
La domanda che ci si pone è se ci possano essere anche altre attività oltre a quelle elencate dall’art. 6 TUIR, e cioè la mancanza di una “norma di chiusura” espressa.
Diciamo che la mancanza di questa norma di chiusura espressa viene colmata in realtà dal principio di tassatività, che indica in maniera precisa e puntuale quali sono i fatti fiscalmente rilevanti ai fini impositivi.
Inoltre nella categoria “redditi diversi” è disciplinato chiaramente cosa si intenda per essi, sono redditi che non hanno nulla in comune tra di loro, ma che sono ritenuti fiscalmente rilevanti, pertanto potrebbe qui essere individuata la norma di chiusura espressa.
Caso pratico: problema dell’imponibilità o meno delle somme che si percepiscono a titolo di risarcimento a causa di un incidente.
Il risarcimento riguarderà il “danno emergente” che potrà essere valutato da periti e medici, e conseguente alla mancata capacità lavorativa del soggetto, il “lucro cessante” che verrà valutato sulla base delle precedenti dichiarazioni dei redditi del soggetto interessato.
Siccome il legislatore considera la parte di risarcimento derivata dal lucro cessante come base imponibile, i cittadini solitamente tentano di aggirare la disciplina, accordandosi privatamente con somme inferiori e imputabili esclusivamente al danno emergente, così da rendere difficoltosa la quantificazione dell’elusione.

Marco ha detto...

Per LO CARMINE:

la sintesi della giornata è insufficiente ad accertare la sua effettiva preparazione e non ha comunque risposto alle domande che ho inserito nel post.
La frequenza conseguentemente non può essere registrata.

Marco ha detto...

Per IMPERATORE:

bene la sintesi: frequenza registrata.

Marilena ha detto...

Lezione 11
Secondo art. 6 TIUR sono tassati solo alcuni redditi:
reddito fondiario,
reddito da lavoro dipendente
reddito da capitale
reddito da lavoro autonomo reddito d'impresa
redditi diversi, che racchiudono forme di arricchimento espressamente previste.
Si ritrovano:
le plusvalenzre
i lavori occasionali
le prestazioni intellettuali.
Per ogni categoria di reddito corrispondono diverse norme che trasformano il reddito percepito in base imponibile.
La domanda che ci si pone è se ci possano essere anche altre attività oltre a quelle elencate dall’art. 6 TUIR, e cioè la mancanza di una “norma di chiusura” espressa.
Diciamo che la mancanza di questa norma di chiusura espressa viene colmata in realtà dal principio di tassatività, che indica in maniera precisa e puntuale quali sono i fatti fiscalmente rilevanti ai fini impositivi.
Inoltre nella categoria “redditi diversi” è disciplinato chiaramente cosa si intenda per essi, sono redditi che non hanno nulla in comune tra di loro, ma che sono ritenuti fiscalmente rilevanti, pertanto potrebbe qui essere individuata la norma di chiusura espressa.
Si è posto anche il problema dell’imponibilità o meno delle somme percepite a titolo di risarcimento derivante da incidente.
La richiesta di risarcimento riguarderà: il danno emergente (danni fisici, a cose) di non immediata valutabilità se non su base di pareri medici e di periti, ed il lucro cessante che verrà valutato sulla base delle precedenti dichiarazioni dei redditi del soggetto, proprio queste somme derivanti da risarcimento da lucro cessante vengono trattate dal legislatore alla stregua del reddito e quindi considerate imponibili, con conseguenze di tentativi di aggiramento della disciplina utilizzando forme di transazioni private in cui le controparti raggiungono l’accordo per somme inferiori, qualificate interamente come danno emergente, da qui la relativa difficoltà nell’individuare siffatta elusione che dovrà essere valutata caso per caso.

Marilena Lo Carmine

Anonimo ha detto...

ALESSANDRA GHEZZO

Le due concezioni relative all’esistenza o meno di una clausola di chiusura nella previsione dei redditi imponibili hanno un’origine risalente al dettato del D.P.R. n. 597 del 1973.
In esso il legislatore classificava all’art 6 i singoli redditi in base all’attività produttiva, facendo coincidere il concetto di reddito con quello di reddito prodotto, ma al contempo lo stesso concetto assumeva dilatazioni attraverso la tecnica dell’esemplificazione e dell’assimilazione ed inoltre altre norme alimentano la concezione secondo cui la nozione di reddito sia più ampia di quella di reddito prodotto.
In particolare il titolo VI in cui sono previsti i redditi diversi e l’art 80 che stabilisce che è tassabile “ogni altro reddito diverso da quelli considerati dalla legge”espandendo enormemente la nozione di reddito che, anche secondo la giurisprudenza, diveniva ogni forma di entrata che costituisca ricchezza nuova che non sia risarcimento di danno o integrazione di perdita subita.
Con l’introduzione del T.U. n.917/86 il legislatore ha mantenuto la tecnica dell’esemplificazione e dell’assimilazione, ma ha rinunciato ad una definizione generale di reddito assumendo il principio del divieto di analogia, ha eliminato la problematica disposizione dell’art 80 ed inoltre applicando il metodo casistico ha introdotto nella categoria dei redditi diversi tutte le fattispecie ritenute rilevanti ipotizzabili al momento dell’introduzione, per cui secondo alcuni tale previsione legata al divieto di analogia è espressione di una clausola di chiusura del sistema.
Però altra parte della dottrina vede il sistema come un sistema aperto, in cui si può realizzare una legislazione a getto continuo per la previsione di redditi tassabili, mancando una nozione generale che giustifichi sia le ipotesi di redditi già previsti dal T.U. sia le ipotesi nuove da aggiungere all’occorrenza, configurando una violazione dell’art 23 Cost. il quale impone che l’imposta sia “sufficientemente determinata” ma il sistema casistico adottato senza una definizione generale rischia di essere scarsamente determinato ed inoltre si pone anche il problema della scelta dei redditi ritenuti rilevanti a scapito di altri.