Google+ dirittotributario.eu: Glossa Ocse, pubblicata la seconda versione

martedì 31 luglio 2007

Glossa Ocse, pubblicata la seconda versione


Dopo quasi trenta numeri venduti della prima edizione, ancora provvisoria, ho pensato di rilasciare la seconda versione correggendo subito quei due piccoli errori che caratterizzavano la prima, e in particolare, non solo la questione attinente al copyright, quanto piuttosto la numerazione delle pagine, che ora è più accessibile.
Il link per l'acquisto è sempre quello.
Buona lettura.

5 commenti:

giovanna ha detto...

sicuramente ha letto il discussion draft on the interpretation and application of Art. 24 of the OECD Model dello scorso 7 maggio. con riferimento a questo articolo mi domando - magari ingenuamente - come mai ci sia un tale scollamento tra il principio e l'applicazione del principio. è praticamente presente in tutti i trattati, ma sempbra più per forma che per altro. eppure ha una portata giuridica e metagiuridica mica da poco...
la stessa ocse ha detto "the differences and complexity of modern legal arrangements and tax systems sometimes mean, however, that it is unclear whether a distinction made by a country for tax purposes constitutes a form of discrimination that violates the provisions of Art. 24 or a legitimate distinction that is not contrary to these provisions" questa affermazioone che non so dove ho pescato mi fa sorridere...
mi sembra che ad applicare le regole tecniche tribunali, corti e amministrazioni finanziarie si impegnino..è sui principi che mancano di sforzarsi ma è sui principi che sarebbe utile che si elaborassero più soluzioni (e non solo da parte dei tribunali indiani)
complimenti per il suo blog... giovanna

Anonimo ha detto...

Ho letto con attenzione le sue condivisibilissime osservazioni, ed essendo questo blog uno spazio, per così dire, personale, mi permetta di rispondere con quella franchezza che a volte la veste istituzionale non consente.
Ho visto il lavoro OCSE, e lo prendo, come tutti gli altri, con le pinze.
Personalmente, ogni volta che si mette le mani al commentario, o addirittura al Modello, l'articolato aumenta (con poche rare eccezioni). E' la legge dell'entropia, che si applica anche a quel sistema normativo.
Non mi piace e non l'ho mai trovato elegante e, soprattutto funzionale. Un tempo un mio vecchio Professore e maestro mi sottopose un'opera di un grande Autore titolata "Del Diritto civile come d'opera d'arte". Lì per lì mi fece sorridere, ora non passa giorno che non pensi che, in fin dei conti, aveva proprio ragione.
O forse sto solo invecchiando (e per giunta male).

Vengo al punto: del principio di non discriminazione così come lei l'ha configurato, c'è pochissima applicazione. O meglio, sono poche le sentenze edite.
Insomma, è uno di quegli argomenti che fa felici chi ci deve scrivere per lavoro, infelici chi ci deve lavorare. Ha ragione.
Il perché è presto detto (almeno volendo fare l'avvocato del diavolo, come di qui in poi farò). Le condizioni di applicazione sono rare: capita raramente che due soggetti siano nelle STESSE condizioni.
Quasi mai, forse, nel diritto internazionale. Una stabile organizzazione può essere assimilata a un'impresa residente? davvero ?
Lasciamo perdere le riflessioni delle varie Corti. Il principio worldwide si applica alla seconda, mica alla prima, almeno da noi.
E questo già chiude la partita.
E poi, si potrebbe dire, si potrebbe pensare alla teoria dei vantaggi compensativi: ti tasso di più in X, è vero, ma al contempo ti permetto di operare senza il sistema di autorizzazioni Y. E via argomentando.
Ha ragione quando dice che sembra più forma che altro. Però se non ci fosse neppure quello ?
Diceva un altro mio Professore (questo decisamente meno vecchio e di un settore scientifico disciplinare a me non affine) "Una pistola fa paura anche se è scarica".
Aveva ragione anche lui.
Soprattutto se l'altro non lo sa che è scarica.
E infine, per quanto riguarda l'applicazione delle regole tecniche da parte dell'amministrazione e lo smarrimento dei principi.
Sì ha ragione anche su questo.
Tutti i professori, tutta l'accademia valorizza i principi. Io faccio parte, all'ultimo scalino (anzi, fuori dalla porta), di quel mondo, e anche io lo sostengo e lo condivido al 100%.
Ma l'invocazione dei principi è anche pericolosa.
Ognuno trova quelli che vuole, ci si vede quello che ci si vuole vedere.
Si argomenta come si crede. Sono una religione laica.
Aggiunga che poi, molto spesso, è la dottrina (di ogni colore e credo) che si ritiene monopolista dell'indagine dei principi.
La magistratura adotta altri sistemi, l'esecutivo (l'amministrazione) altri ancora.
A volte quando scrivo e annoto sentenze, auspicando un ritorno ai principi contro il particularisme che impera nella materia tributaria al giorno d'oggi, mi capita di chiedermi se anche io, inconsciamente, faccio parte di quel gioco. se sono già entrato nel paradosso per il quale chi è parte di un esperimento, scientificamente, non è più in grado di osservarlo ... O se magari ho visto troppe volte Matrix in DVD.
Mi rispondo di no, che in fin dei conti lo sforzo che lei auspica sarebbe veramente salutare.
Che forse il bello della società civile moderna sta anche nel fatto che può essere "lato sensu" programmata anche senza stringhe di codice così puntuali come quelle di un elaboratore elettronico.
Che in fin dei conti la legislazione per principi comporterebbe un salto quantitativo di non poco conto.
Che il sistema ne uscirebbe decisamente meglio, intendendo con meglio però ... cosa ?
Maggiore certezza ?
Maggiore semplicità ?
O magari si finirebbe solo per spostare il problema ?
Pensi al diritto comunitario.
Pensi a quanti principi "scopre" o "riconosce" la Corte di giustizia.
Davvero nel trattato ci sono scritte tutte quelle cose ?
E chi non le sa vedere è soltanto rozzo o ignorante ?

In fin dei conti penso questo: dobbiamo stare molto attenti a quello che desideriamo, perché i nostri desideri potrebbero avverarsi.
Ma chi l'aveva scritto ?

Non ho invece compreso l'allusione ai tribunali indiani.

giovanna ha detto...

Il riferimento all’India è dovuto al fatto che mi sembra che ci sia un discreto numero di pronunce e ruling sull’applicazione del principio di non discriminazione. Ma forse sono solo più prolifici in generale oppure i trattati sono stati stipulati negli ultimi anni e quindi l’interpretazione è apparentemente più copiosa in quanto solo più recente (non so,dovrei indagare).
Sul principio di non discriminazione – su cui, ammetto, i miei studi non si sono ancora concentrati – avrei mille domande che, stia tranquillo, non riverserò qui ammorbandola in questi caldi giorni pre vacanzieri e a cui cercherò di dare risposte studiando.
Una riflessione, approfittando dell’informalità della discussione e di pause pranzo più lunghe, ho però voglia di farla ed è (molto) sintetizzabile in ciò: che forse una convenzione contro le doppie imposizioni è appunto quel che è, cioè un patto tra Paesi che vogliono evitare il fenomeno della doppia imposizione decidendo di allocare secondo certi criteri la propria potestà impositiva.
E il contesto in cui il principio si inserisce è, mi perdoni l’ovvietà, incredibilmente importante. Penso al medesimo principio declinato in chiave commerciale o nell’ambito dei diritti umani.Oppure penso al contesto europeo in cui violazioni del principio di non discriminazione non possono essere tollerate e sono guardate con massima severità perché c’è da salvaguardare il mercato interno (e si arriva a formulare il principio di non restrizione).
E poi ci sarebbe la questione del come è presidiata la norma.
Infine il ritorno ai principi e i principi scoperti o riconosciuti da ECJ. Ma forse ha esagerato la Corte di Giustizia? Dobbiamo essere per forza d’accordo all’elaborazione o al riconoscimento di principi da parte di un organo giurisdizionale? Sarà che per ora, nell’impegno della seconda laurea in legge, ho avuto modo di leggere in Satta una bella definizione di giurisdizione per cui: L’ordinamento infatti nasce – appunto perché giuridico – con l’esigenza assoluta di concretarsi cioè di esistere là dove solo si può esistere, nel concreto. Questo concretamento – cioè l’adeguarsi della realtà al suo ordine interiore – avviene di solito spontaneamente (appunto perché si riconosce quell’ordine, che poi non è se non il diritto). Può darsi però che non avvenga. E’ allora che l’esigenza di concretamente si fa presente ed urgente, proprio perché è in questione l’esistenza stessa dell’ordinamento: ed è un’esigenza che nessuno può soddisfare se non l’ordinamento stesso, il quale deve per così dire dichiarare se stesso, porsi nel concreto come ordinamento. Nasce così l’idea del jus dicere, della giurisdizione.
Mi domando se esiste, prima ancora di sentire l’esigenza di concretizzarsi, un ordinamento comunitario.

Marco ha detto...

Hm, rispondo brevemente all'ultima osservazione!
Per quel che riguarda il diritto indfiano, credevo che il riferimernto fosse all'incontro seminariale che c'è stato a Bologna qualche mese fa (e al quale purtroppo io non ho partecipato). Di qui la mia impossiilità di cogliere il richiamo ad un ordinamento che non conosco. Però immagino che la classe dirigente indiana sia di formazione inglese, che i magistrati indiani (se non quelli degli ultimi anni) si formino tutti lì e che quindi crescano in quell'humus culturale, magari anche con regole diverse ... ma di per certo con gli stessi principi, tanto per tornare al mio penultimo intervento.
Per quanto concerne poi le diverse declinazioni del principio a seconda del contesto, ha assolutamente ragione, la non discriminazione che leggiamo del modello di convenzione OCSE non è la stessa dell’art. 14 della CEDU, per dare un esempio, e le affinità che sussiste fra talune norme comunitarie e altre della WTO non si ravvisa in altri sistemi. Ma è davvero un discorso che porta via. In merito ci ho scritto una nota, secoli fa, su DPTI.
Ma al di là dei discorsi di circostanza, l’aspetto che più è significativo di quella disposizione, è che va oltre la convenzione stessa.
Nel senso che è calata nella convenzione, ma non di applica solo alle imposte considerate, come ben sa.
Tempo fa ne discusssi in Bocconi con alcuni studenti particolarmente diligenti, e scrissi un post rimasto poi inedito. Adesso lo vado a recuperare.
Per quel che riguarda, infine, l’approccio easy di questo Blog, la seguo perfettamente.
Per quel che mi riguarda, ovviamente non sono un teorico del diritto e neppure un filosofo, anche se il mio UNICO potrebbe farlo pensare, credo che quello che cera da dire l’abbia già detto Kelsen, per come io l’ho letto da studente.
Quello che noi chiamiamo diritto è in realtà la formalizzazione di una regola che si basa sullo stato di fatto. La norma fondamentale presupposta è il “principio” di effettività. Cio che è , è.
Lo percepiamo come tale, pensiamo che sia vincolante, ma non c’è nulla di diritto in esso.
Secondo me è magistralmente formalizzato in quel passaggi iniziale della dichiarazione di indipendenza degli stati uniti, laddove Jefferson (ma era lui?) dice che ci sono delle verità, dei diritti, che di per sé sono evidenti (libertà, vita, perseguimento della felicità …). Punto e basta.
Ovviamente quella carta non si è retta su principi desumibili da chissà che, o categorie rielaborate da chissà cosa.
Si fondava sulle baionette dei patrioti.
Penso che questo possa essere non una risposta alla sua domanda sul diritto comunitario.
Come europei, saremo in grado di avvertire la necessità di un ordinamento comunitario senza tirar fuori ancora le baionette ?

Marco ha detto...

No, l'osservazione l'avevo già caricata nel post dedicato alla mia esperienza didattica in Bocconi, il link è questo
http://dirittotributario.blogspot.com/2007/02/dopo-la-bocconi.html
Ma lo si trova puntando anche la ricerca da dentro il Blog.