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venerdì 29 giugno 2007

Radissons Stansted (e qualche riflessione sul convegno di Oxford)


Sono alla fine di questa esperienza oxoniense (si dice così?).
Come anche l'altra volta, le mie riflessioni sono duplici.
Da un lato non posso che restare ammirato dalla ricchezza nella quale questa business school nuota. La si misura negli arredamenti, nel dettagli, nel materiale del merchandising, nel supporto dei servizi di segreteria, e così via.
Dall'altro lato mi sconvolge, a tratti, l'assoluta banalità di alcune affermazioni degli interventi (va detto, non di ricercatori della Scuola!).
Ieri, tanto per fare un esempio, ci sono stati circa 10 interventi e 2 relazioni sul fatto che il rapporto fra fisco e contribuente deve essere ispirato alla fiducia.
E tutti ad applaudire.
E grazie tante, dico io. Anche ammesso che sia così (o che debba essere così) nel mondo di tutti i giorni (e questo io non lo so perché sono un accademico .... o sono legittimato a sostenere di non saperlo) c'è bisogno di far convergere 100 persone da (letteralmente) tutti gli angoli del globo terracqueo per sostenerlo ?
C'è bisogno di fare una ricerca da non so quante decine di migliaia di sterline per dire che se il contribuente si fida / deve fidare del lavoro dell'agenzia e vice-versa tutto il meccanismo del prelievo tributario sarebbe migliorato ?
Da un lato è troppo, dall'altro è troppo poco.
Perché allora, dico io, non lo fondiamo il rapporto d'imposta direttamente sull'amore, visto che ci siamo ?

No, in Italia facciamo molto di più con molto meno. Se avessimo noi i loro soldi, le loro risorse, saremmo già su Marte (ma per fare cosa, poi ...).
D'altronde, sosteneva Hegel interpretato un po' nel retrobottega, ciò che è reale è pure razionale, quindi se loro sono quello che sono e, come si dice dalle mie parti, battono la mazza, allora delle vette di pura eccellenza ci devono essere proprio.
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